INTERVISTA| Toni Alfano ci racconta la sua "Pompei" - Scrigno Magazine


Pubblicato: mer, 18 Feb , 2015

INTERVISTA| Toni Alfano ci racconta la sua “Pompei”

Sulle pagine della rivista culturale Scrigno intervistiamo il pittore Toni Alfano nell’ambito dello spazio dedicato al suo fumetto di esordio Pompei che abbiamo recensito qui.

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Prima di tutto chi è Toni Alfano

Nato a Legnano in provincia di Milano nel 1977.

A quattro anni si trasferisce, in controtendenza con i flussi migratori, in uno sperduto paesino del salernitano: lì lo chiamano “il milanese”.

A undici si ri-trasferisce a Legnano: lì lo chiamano “terrone”. Ha vissuto un razzismo speculare.

E’ stato metallaro, punk (westcoast), ammiratore di santo&johnny e ragazzo introverso.

Nel 2013 si trasferisce a Monteriggioni, nella campagna senese, e tira un sospiro di sollievo.

Fin qui tutto bene.

Come nasce questa sua passione per la pittura?

Ai bambini piace disegnare e non si capisce bene il perchè.  Da piccolo mi sentivo solo e disegnavo, forse per cercare l’approvazione dei miei genitori facendo un bel disegno, ma questa è una cosa che potrebbe dire il mio psichiatra. Io posso solo dire che la vita è un’esperienza complessa e che non esiste qualcosa che possiamo definire “realtà oggettiva” e “fantasia”. Possiamo solo illuderci di avere un’idea, un opinione, un ruolo, ma comunque limitata e personale. Quindi ho deciso di investire il mio tempo per approfondire questo aspetto. Fare un disegno è un modo molto semplice per ripercorrere l’intera genesi di qualcosa che c’è già ma ancora non si vede. La pittura Zen cinese del ‘600 esprime questa dinamica attraverso la relazione tra il foglio bianco che rappresenta l’universo, il tutto, e il dipinto a china nera che rappresenta la forma, l’individualità: il soggetto appare dal nulla e al nulla torna.

Lei si occupa di terapie non convenzionali e cure palliative attraverso l’uso dell’arte, nel concreto cosa sono?

Le Terapie Non Convenzionali sono un insieme di metodiche alternative e complementari alla medicina tradizionale che rientrano nel vasto mondo delle cure alternative.  Potremmo definire non convenzionali la musicoterapia, l’arteterapia, la danza, il teatro ecc…

Le cure palliative  sono tutti quegli interventi che si attuano nei casi in cui la malattia non è più curabile o ha un decorso terminale.  Le cure palliative agiscono sul controllo del dolore e sugli aspetti psicologici, sociali e spirituali.

Mi sono avvicinato a questi ambiti un po’ per caso e, dopo essermi formato in modo più specifico, ho lavorato in diverse realtà: in un nucleo Alzheimer, in un reparto stati vegetativi e in un hospice con malati terminali. Il mio compito era trovare canali di comunicazione alternativi a quelli “comuni”, compromessi o inadatti a veicolare vissuti forti e complessi come la malattia, la morte, l’isolamento, la perdita di autonomia e il dolore.

Mi è capitato di usare la pittura, il disegno, la musica e tutti quei mezzi espressivi che potremmo definire Arte, in grado di esprimere emozioni, di comunicare con l’esterno e recuperare un’immagine di sè intatta, ancora viva e vitale.

Il suo stile è influenzato da qualche artista o corrente in particolare?

Mi piace mischiare tutto. Il mio scopo è raccontare qualcosa di “vero”, che trascenda l’io, la retorica, la metodica ecc… Le emozioni sono un flusso articolato di elementi, un vortice ora lieve ora greve. Non mi interessa avere un mio stile o imparare a fare bene qualcosa. Il rapporto diretto con le cose, l’istintività, l’intelligenza intuitiva, sono beni preziosi che scuola e famiglia spesso ignorano o addirittura corrompono. Ci sono molti artisti che mi hanno influenzato. Jean Dubuffet e l’art brut in particolare, ma  la persona a cui cerco di prestare sempre ascolto abita nel mio cuore.

E’ giusto ritenere che la sua arte abbia una grande impronta asiatica(India-Cina)?

Da buon ex-fricchettote ero affascinato dal misticismo orientale, dai guru e templi dedicati a divinità antropomorfe, ma dopo aver attraversato l’India da parte a parte non ho trovato nulla che non avessi sottomano anche in Italia, cioè persone, donne, bambini, vecchi, vita. In Pompei i frequenti riferimenti all’oriente sono da contraltare a quelli sull’occidente, come una stazione radio in AM che capta un ronzio di frequenze da tutto il mondo. E’ una sorta di rapporto duale con il misticismo, un rapporto al contempo di derisione e di devozione.

Pompei sancisce il suo  esordio nel mondo del fumetto, nasce dall’esigenza di raccontare cosa?

Volevo raccontare una forma di “verità”. Volevo descrivere quel breve istante che tutti vivono, dove per un attimo ti accorgi che tu non esisti, che nulla esiste se non una grande bellezza alla quale tutti noi apparteniamo. Quel momento che nel buddismo zen viene definito satori, cioè “rendersi conto”: rendersi conto che non c’è nessuna differenza tra l’osservatore e l’oggetto dell’osservazione. Ma per raccontare questo ho dovuto in qualche modo frammentare l’io narrante in pezzi sempre più piccoli, fino a farlo sparire.

Cosa c’è del suo vissuto in Pompei?

C’è la necessità di vivere la propria vita, di cercare sempre un confronto diretto con le cose. Pompei non è un romanzo autobiografico perchè parla di tutti. Tutti vogliono sentirsi vivi, tutti vogliono capire, tutti soffrono e cercano, per come possono, di liberarsi. Ho voluto raccontare in Pompei quello che mi avvicina e accomuna alle persone che incontro.

Dopo Pompei ancora fumetto o tornerà alla pittura?

Mi piacerebbe continuare a fare tutte e due le cose. Ho già un’idea per un nuovo romanzo grafico ma non so ancora se e quando lo farò. Mi piacerebbe farlo perchè lo sento e non perchè ormai ne ho già fatto uno e quindi mi tocca. Mah… vedremo.

Saluti i nostri lettori con una sua citazione a cui è particolarmente legato.

“La verità non ha avuto maestri, la si coglie da soli.

Per un guizzo spontaneo del cuore”.

Ikkyu Sojun





Informazioni sull'autore

- Raffaele Cecoro ([email protected]) Casertano, studente di giurisprudenza con una forte passione per la scrittura e per la letteratura. Da qualche mese ha cominciato la stesura del suo primo romanzo e nel tempo libero redige un blog letterario multitematico, il suo stile è un ibrido di humor e serietà.

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