"L'Ospedale Degli Infermi Scalzi (stanza 327)" - Scrigno Magazine


Pubblicato: lun, 1 Ago , 2011

“L’Ospedale Degli Infermi Scalzi (stanza 327)”

Inauguriamo questa nuova rubrica di Scrigno con la presentazione della compagnia teatrale “G. Marin”e del loro ultimo spettacolo “L’ospedale degli infermi scalzi (stanza 327)”


CAST


Pasquale Malasomma                                    Maurizio Rosabella

Vittorio Brambilla                                    Davide Scarpa

Salvatore Strummolo                                    Luigi Loreto

Teresa Callosa                                   Maddalena Pirrone

Carmela – Infermiera                                    Rosaria Brancaccio

Prof. Speranzella                                      Francesco Precenzano

Ciro Esposito – Infermiere                                  Francesco Ruotolo

Carmine                                    Giovanni Amura

Cico Pietrobello                                    Domenico Loreto

Barbara                                    Valentina Ansanelli

2° infermiera                                    Rita Pirrone

STAFF TECNICO

Scenografie                                    Teresa Langella

Allestimento                                    Giuseppe De Martino

Segreteria                                   Franca Marasca

Regia                                    Luigi Loreto

Presidente dell’Associazione “G. Marin”                   Prof. Alfonso D’Aquino

Una commedia in due atti di Domenico e Massimo Canzano
TRAMA

La storia è ambientata in una stanza d’ospedale, la numero 327, in cui, a causa della perenne mancanza di posti letto degli ospedali partenopei, vengono ricoverati tre pazienti con patologie totalmente diverse l’una dall’altra; il primo è Salvatore Strummolo (Luigi Loreto), in ospedale a causa di una frattura ad una gamba conseguente ad una caduta in motocicletta, Pasquale Malasomma (Maurizio Rosabella), nato con una malformazione che gli ha causato la crescita di un terzo testicolo e quindi ricoverato per asportarlo, e Vittorio Brambilla (Davide Scarpa), milanese, ricoverato per un trauma cranico e perdite della memoria conseguenti ad una caduta. Costretti ad una convivenza forzata, i tre fin dall’apertura del sipario mostrano subito di non andare d’accordo anche per i motivi più banali, esasperando così la povera infermiera Carmela (Rosaria Brancaccio), costantemente indaffarata e di malumore per coprire anche i ruoli dei colleghi assenti. Lo staff medico è inoltre composto dall’infermiere Ciro Esposito (Francesco Ruotolo), il quale, per “arrotondare lo stipendio”, assume le vesti di un vero e proprio venditore ambulante, vendendo giornali, riviste, accendini, sigarette e perfino cuscini di proprietà dell’ospedale (precedentemente rubati da lui stesso!) e dal professor Speranzella (Francesco Precenzano), un illustre medico dall’aspetto sciatto e scarmigliato, un pò rintontito, con un grande problema di udito che da adito agli attori di ricreare situazioni comiche ed imbarazzanti.  La tranquillità dei pazienti però viene minata non solo dal personale dell’ospedale, ma anche da Teresa Callosa (Maddalena Pirrone), la moglie di Malasomma, tipica matrona napoletana, impicciona, chiacchierona, un pò ignorante ma con un vero e proprio culto dell’arte culinaria, tant’è che ad ogni sua visita porta con se un canestro pieno di leccornie di tutti i tipi e le distribuisce a tutti i degenti della stanza (lei è inoltre la causa del ricovero di Malasomma, in quanto ormai stanca dell’enorme “energia”  di cui è dotato il marito a letto dovuta alla presenza del terzo testicolo); poco dopo la sua prima visita, compare in scena anche Barbara (Valentina Ansanelli), che si presenta come segretaria del dottor Brambilla ma che poi si rivela sua amante, venuta anch’ella a sincerarsi delle condizioni di salute del suo amato, premurosa e appiccicosa forse anche troppo. Ed è proprio nella sua prima visita in ospedale che ella spiega alla signora Teresa le dinamiche dello sfortunato incidente accaduto; lei e il dottor Brambilla, commerciante di gioeilli sceso a Napoli per concludere un affare, passeggiavano per un vicolo buio con una valigetta contenente gli ori da vendere, quando ad un tratto due ladri in motocicletta passano e la strappano via dalle mani del gioielliere, strattonandolo talmente forte da farlo cadere e battere la testa. Nell’udire queste parole, Il signor Strummolo fino a quel momento interessato al racconto, sussulta nel letto; poco dopo infatti, mentre tutti sono distratti, si sporge dal letto per prendere una valigetta nascosta sotto di esso, facendo capire che era la valigetta incriminata; egli infatti è proprio il ladro autore del furto, tanto sfortunato da capitare nella stessa stanza d’ospedale della sua vittima, correndo così il rischio di essere denunciato da un momento all’altro. Una volta finito il racconto, Teresa e Barbara salutano e vanno via, Strummolo nel suo letto da le spalle a Brambilla cercando di farsi vedere il meno possibile, Malasomma scende a prendere qualcosa da leggere e Brambilla va a fare una tac sotto prescrizione del professore. A questo punto l’infermiere Esposito ne fa una delle sue: approfittandone dell’allontanamento di Brambilla dalla stanza, per 100 € assicura il suo posto letto ad un altro paziente chiamato Cico Pietrobello (Domenico Loreto) raccomandandogli, qualora fosse tornato l’inquilino originale, di fare leva sulla sua amnesia per convincerlo di aver sbagliato stanza. Così accade; Brambilla ritorna in stanza, trova il paziente “abusivo” ma non si accontenta delle sue spiegazioni, quindi i due alla fine convengono di accomodarsi nello stesso letto; poco dopo però, il milanese non resiste più, si alza e sotto consiglio del suo “coinquilino” va a coricarsi momentaneamente nel letto di Malasomma. Ed è qui che succede l’imprevisto; proprio mentre Brambilla occupa il letto sbagliato, arriva in sala una seconda infermiera (Rita Pirrone) che, scambiandolo per Malasomma, gli inietta l’anestesia e lo porta in sala operatoria al suo posto, concludendo così il primo atto. Il secondo atto si apre con il risveglio del povero malcapitato, il quale va su tutte le furie e minaccia di denunciare tutto l’ospedale, compresi i due infermieri; in seguito ritorna in scena Barbara  e spetta proprio a Brambilla, lasciato solo con lei, comunicarle la notizia dell’operazione. Nel dialogo fra i due si evince che la valigetta portata a Napoli e in seguito rubata da Strummolo è in realtà piena di pietre e mattoni senza nemmeno l’ombra di un gioiello e che i due speravano che qualcuno la rubasse per riscuotere i soldi dell’assicurazione e goderne assieme, dopo il divorzio dalla moglie di Brambilla. Uscita dalla stanza Barbara, rientra Strummolo, il quale ragiona tra se e se sull’immensa sfortuna avuta nel capitare proprio così vicino alla sua vittima, ed è qui che fa il suo ingresso Carmine (Giovanni Amura), ignorante e pasticcione, nonchè complice nel furto della valigetta (infatti era lui a guidare la motocicletta durante lo scippo); i due spiegano che dopo aver rubato il prezioso contenitore, nel fuggire Carmine sente le sirene della polizia, accelerà e fa cadere Strummolo, il quale però riesce ad arrivare all’ospedale vicino. Una volta riunitisi, dopo diversi battibecchi, i due malfattori aprono la valigetta per controllare la refurtiva e scoprono la truffa; decisi a non darsi per vinti, escogitano di travestire Carmine da impiegato dell’assicurazione, di presentarlo a Brambilla dicendogli di aver scoperto la sua truffa e di essere disposti ad accettare una bustarella in cambio del silenzio. Preparato il piano, Carmine esce e ritorna in stanza Malasomma, il quale, sapendo della prossima visita della moglie, prega Brambilla di non rivelare quanto accaduto riguardo l’operazione, impaurito dalla possibilità di perdere la sua virilità senza il terzo testicolo. Riuscito a convincere il riluttante milanese, arriva Teresa  con un carico enorme di cibo per nutrire suo marito appena operato e non si accorge del terribile malinteso; la donna se ne va soddisfatta e il marito ringrazia gioiosamente Brambilla per avergli retto il gioco, ma preso da un terribile mal di pancia dovuto al pasto consumato poco prima corre in bagno. A questo punto rientra in scena Carmine, il quale avendo frainteso la compagnia a cui si riferiva il suo complice, anzichè presentarsi vestito da perito dell’assicurazione, si presenta con indosso una tuta della compagnia del gas, suscitando la rabbia e lo sdegno di Strummolo. Carmine si avvicina a Brambilla, gli fa capire che la sua truffa è stata scoperta e gli propone di insabbiare il tutto per la modica somma di 1000€; la contro-truffa riesce e l’improbabile ladro si dilegua con il malloppo. In bagno fino a quel momento, ricompare Malasomma e si riunisce al trio, intavolando un discorso riguardante la delicata situazione venutasi a creare tra nord e sud dell’Italia. Nella scena finale, rientrano i due infermieri e il professore, e qui Brambilla ricomincia a minacciarli di denuncia; allora i tre pensano di ricucire il testicolo asportato per errore, ma purtroppo l’organo era andato perso. Ad un tratto, arriva l’idea che mette a posto le cose: i tre guardano prima Malasomma, poi Brambilla, e così facendo si avvicinano con fare minaccioso a Malasomma, facendo intendere al pubblico di voler togliere il testicolo all’uno per metterlo all’altro ed evitare così la denuncia.

CRITICA

La Napoli teatrale è diventata ormai monotona: pizza, sole, mandolino e le canzoni classiche dell’antologia napoletana; insomma, cose già viste e straviste.Ma con il loro spettacolo “L’ospedale degli infermi scalzi (stanza 327)” la compagnia teatrale “G. Marin” porta una ventata d’aria fresca sul palco, in quanto viene rappresentato un aspetto della quotidianietà partenopea contemporanea spesso tralasciato, e cioè la piaga della malasanità. L’originalità di questa commedia è stata ottenuta grazie a diversi elementi; la prima novità che subito balza agli occhi è il diverso comportamento nei confronti di questo problema adottato da nord e sud italia; i due degenti napoletani vedono le gravi carenze della struttura ospedaliera quasi come “normali”, come se non ci fosse nulla di male nel comprarsi un cuscino di proprietà dell’ospedale e quindi disponibile gratuitamente, oppure nel vedere un infermiere che mentre lavora veste anche i panni del vu cumprà, o soprattutto nel venir messi tutti nella stessa stanza pur avendo patologie diverse; per il milanese invece, tutto questo sembra un incubo, abituato com’è ai comfort e all’efficienza dei servizi delle strutture settentrionali; figurarsi poi essere vittima di un’operazione al posto di un altro paziente, uno sbaglio madornale che  può costare caro.La seconda innovazione riguarda la truffa; è ormai proprio dell’opinione comune vedere il napoletano come scippatore, malvivente, ma soprattutto truffatore, a differenza dei cittadini del nord onesti e immacolati, e risulta piacevole vedere per una volta il ribaltarsi dei ruoli, dato che sarà proprio un milanese a cercare di portare a termine una truffa, ai danni di una compagnia di assicurazioni ma soprattutto di due “onesti” ladri che fanno il loro lavoro; i due però, grazie alla furbizia e all’ingegno tipici del napoletano medio che deve inventarsi ogni giorno un’espediente per sopravvivere, riescono a rigirare a proprio favore la situazione e ad intascare 1000 €, lasciando così a bocca asciutta il milanese.”L’ospedale degli infermi scalzi (stanza 327)” è una commedia esilarante, piacevole, leggera, ma d’altro canto mette in evidenza quelle che sono le problematiche fondamentali del meridione e soprattutto di Napoli: la criminalità, le condizioni disastrose delle strutture pubbliche, l’ignoranza e l’arretratezza del popolo, e la capacità del regista Luigi Loreto è stata proprio quella di “addolcire la pillola”, di alleviare il tutto sfruttando i tratti tipici della commedia e le pose classiche della comicità napoletana, come il fraintendimento, la battuta pronta dei protagonisti, e anche quel pizzico di volgarità velata (per quanto riguarda l’episodio del testicolo asportato al paziente sbagliato); inoltre, è da apprezzare che ogni personaggio non è messo casualmente sul palco, ma rappresenta una figura tipica, rappresenta più un’idea che una persona; il ladro che fa di tutto per vivere, gli infermieri costretti ad arrotondare facendo doppi lavori o sostenendo orari lavorativi assurdi, ma soprattutto il milanese, il settentrionale, che sa facilmente puntare il dito verso il napoletano e chiamarlo truffatore per poi non essere da meno.Per quanto riguarda il cast, ogni attore è stato in grado di impersonare al meglio la propria parte, riuscendo a trasmettere al pubblico emozioni anche senza parlare. Da ammirare le capacità di questi giovani e la loro voglia di mettersi in gioco e di dare il massimo per questa nobile arte che da secoli ormai intrattiene e unisce le persone, facendole ridere, piangere, ma sempre e comunque sognare.Un encomio particolare va quindi al regista, nonchè autore e attore, Luigi Loreto, la cui giovane età non gli ha impedito di dare vita ad una commedia ricca, piacevole e ben riuscita, e a tutto lo staff della compagnia G.Marin, che si è impegnato affinchè questo progetto potesse realizzarsi.

 

 

Luigi Izzo





Informazioni sull'autore

- Nato a Castellammare di Stabia, fin da bambino coltiva la sua passione per la letteratura, leggendo di tutto. Studente di scienze della comunicazione, adora la musica, in particolare il rock dei Nirvana