ESCLUSIVA: Scrigno intervista Bruno Brindisi - Scrigno Magazine


Pubblicato: Lun, 9 Mag , 2011

ESCLUSIVA: Scrigno intervista Bruno Brindisi

Uno dei più noti disegnatori del personaggio a fumetti Dylan Dog edito da Sergio Bonelli, risponde a domande sulla sua vita e sulla sua carriera.

Quest’ oggi abbiamo il piacere di ospitare per un intervista  Bruno Brindisi, noto fumettista forgiatosi nella “scuola salernitana”. Bruno ha cominciato la sua attività negli anni ottanta su alcune tastate minori, consacrandosi circa un decennio dopo, entrando nello staff di Sergio Bonelli Editore dove sin dai primi momenti ha messo in mostra il suo talento cristallino dando vita a personaggi del calibro di Tex, Nick Raider e Brad Barron. Ma la sua matita è legata con maggiore affetto al personaggio di Dylan Dog, del quale è uno dei disegnatori di punta.

Signor Brindisi com’è cominciata la sua avventura in Bonelli? E  la sua avventura con il personaggio di Dylan Dog? Era un suo lettore?

-Sì, ero un lettore di Dylan e un fan di Sclavi già dai tempi del Corriere dei Ragazzi, anche se le prime prove ufficiali che feci per la Bonelli erano per Nick Raider. In realtà non andarono bene, non ero ancora “maturo”, ma un anno dopo mi fu chiesto di fare altre prove per un nuovo personaggio, Nathan Never. Quella volta centrai l’obbiettivo e quindi avrei dovuto far parte dello staff dell’agente del futuro, sennonché il boom che stava vivendo Dylan Dog in quel periodo, fine 1989, fece sì che, dopo altre tre tavole test, venissi spostato sulla testata a cui ambivo di più, ti lascio immaginare il mio entusiasmo. E così di Nathan Never non ho mai disegnato una tavola (prove a parte), al contrario per Nick Raider ho disegnato diverse storie.

All’interno della sua opera quale scuola grafica ha l’influenza maggiore

-La scuola realistica, chiamiamola così, ma non iperrealistica. Gli americani fino ai primi anni ’60. Mi piacciono i disegnatori che riescono a rendere il disegno vivo e credibile e gli sfondi “fotografici”, ma con la massima economia di linee. Un maestro della sintesi era Alex Toth. Non mi piacciono le esasperazioni supereroistiche.

Com’è stato per lei disegnare, per la prima volta, Dylan Dog?

-Un problema, oltre che un onore, pari solo a disegnare Tex. Per Dylan c’era il chiaro riferimento ad un attore, ma gli altri disegnatori ne avevano dato interpretazioni tutte diverse, personali e interessanti. All’inizio si hanno le idee confuse e quindi i dubbi sono tanti, oltre alla presunzione di voler fare a modo proprio. Il mio Dylan è quello che si rifà di più a Rupert Everett, anche se poi si è evoluto in modo personale, sono anni che non guardo più le foto di riferimento

Ha mai avuto problemi con gli sceneggiatori? Capita ,a volte che si abbiano differenti visioni sullo sviluppo narrativo di alcune sequenze ?

-La sequenza intesa come ritmo, scansione delle vignette, è determinata dallo sceneggiatore e lì l’intervento e nullo, salvo rarissime eccezioni, ma le inquadrature spesso le adatto alle mie esigenze, che poi sono quelle della fluidità della lettura e dell’equilibrio della tavola. Di solito lo sceneggiatore mi fa i complimenti per come ho “migliorato” la scena, qualche volta mi è capitato di dover rifare qualche vignetta, ma è normale.

Il fumetto italiano non riesce ad avere il successo mondiale che è riservato alle produzioni giapponesi ed americane, lei a cosa ritiene dovuta questa minore visibilità internazionale?

-E’ paradossalmente più che altro una questione di formato editoriale, in Francia per esempio va il fumetto da libreria, a colori, cartonato e costoso. In America c’è ancora un altro formato, poche pagine, colori rutilanti, effetti speciali a go go oppure graphic novels, singoli volumi da libreria. Gli adattamenti non funzionano. Il fumetto giapponese come formato e serialità somiglia di più a quello bonelliano, ma è un mercato sterminato in cui farsi spazio sarebbe un’impresa, non credo che sia mai stato fatto il tentativo.

Per i più Dylan Dog e Tex sono se stessi a prescindere dal disegnatore. Lei come riesce a portare sulle tavole un proprio tocco personale? Quanta libertà vi lascia l’editore?

-Il tocco personale ce l’hanno tutti, a nessun disegnatore è mai stato imposto uno stile. Nel caso di Dylan Dog io non dimentico mai la raccomandazione che mi fece Sclavi, e cioè che Dylan è bello ed ha un sacco di lettrici innamorate di lui. Quindi sto bene attento a renderlo il più possibile un’icona sexy

In conclusione una domanda personale, ha qualche progetto al di fuori di Bonelli?

-Fuori Bonelli non c’è nulla, sono l’unico disegnatore che lavora su tutt’e due le testate leader e questo mi basta ed avanza. Probabilmente in futuro, e sempre per Bonelli, farò un “romanzo a fumetti”, per una nuova serie d’avventura in programmazione.

Intervista a cura di Ivano Garofalo

Prefazione e supervisione a cura di Cecoro Raffaele

 

 

 





Informazioni sull'autore

- Raffaele Cecoro ([email protected]) Casertano, laureato in giurisprudenza con una forte passione per la scrittura e per la letteratura. Da qualche mese ha cominciato la stesura del suo primo romanzo e nel tempo libero redige un blog letterario multitematico, il suo stile è un ibrido di humor e serietà.